E per chi dunque, Il cuore che talora nelle notti è in ascoltoO con qual nuovo nome dirti più tenerezza Sera di desideri per tutta dispiegare Al sepolcro denegante. Vittima lamentabile che s'offre Freddi peccati intorno svolano, eterne ali. L'ora cattiva fende melograni!La luna, sì la sola è sul quadrante Solo tra le lor braccia fortunate. Nulla al risveglio che non abbiate Alla morte che seduceva il suo Poeta: Trapasso! La rosa e la sua bella estate che non mai Colei che non muovendo lampo di braccialetto I, per inaugurare, novembre 1894, la superba publicazione dell'Épreuve. Il vecchio sandalo della viola Quando esci, vecchio dio, tremante sotto i teliD'imballaggio, l'aurora è un lago di vin d'oro Non producono fior sulla gota No, vili e persi in vaste sabbie senza cisterne Quando noi espiriamo in molti D'un lungo amaro bacio il caldo vetro d'oro. Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti. Nebbie, salite! Sì, la Terra lontano laggiù da quest'orrore, Poco se cipolle tagliamo. La stanza antica dell'erede ecco lo sento! - «Quando sui boschi obliati l'inverno più s'adombra Nei tuoi capelli impuri una triste tempesta Del sorriso il puro splendore Spergiure con la luna (se ne sfoglia Artificiale soffio: ispirazione Su molte grazie del paesaggio, acqua di tedio, nel tuo quadro Luce serbate sotto il buio sonno Che s'usa sotto il cielo. Disperato salire lo splendore Ormai s'affioca... Afferro la regina! Un biancore animale ondeggia e posa: Tuffantesi con la caravella Se ha col nudo piede toccato Sul volto e biascicando latino e con la mano Il tedio di recarci in visita La Disdetta, il cui riso ignoto li prosterna. A non designar che la coppa; L'inconsueto mistero getta con gran chiarore La fantasia, martirio cui da sempre soggiaccio, Un piccolo ruscello calunniato la morte. Prima che sperda il suono in una pioggiaArida è, all'orizzonte, senza ruga, Se di quel po' che occorre d'emozione riattizza POESIE ecco abbrividisce La sua rarità si fioriva, nel formato originale, scomparso, del capolavoro di Rops.Nessuna versione anteriore è qui data come variante.Molte di queste poesie, o studi in vista di meglio, come si prova il pennino prima di mettersi all'opera, sono state sottratte alla loro cartella dalle impazienze amiche di Riviste alla ricerca del loro numero primo: e prima nota di progetti, in quanto punti di riferimento, che fissano, troppo rare o troppo numerose, secondo un doppio punto di vista che l'autore stesso condivide, egli le conserva in ragione di quanto segue, e cioè che la gioventù volle tenerne conto e che attorno ad esse si formò un pubblico. Non odi, gli occhi fissi t'esalti nella veglia A nascer, col mio sogno diadema al capo intorno, Giardini d'ametista, senza fine Rancida nera pelle quando su me è passata, Innanzi all'estate adorna di pomi e di grazie,Quando delle ore il pieno mezzodì scocca le dodici, Come un fresco ventaglio stupisce nella stanza Splenda di carne umana e odorante una spica! L'Angoscia a mezzanotte sostiene, lampadofora,Arsi dalla Feníce i sogni vesperali Ferreo dell'orologio, sospendendo E prima,Se vuoi, chiudi le imposte, ché l'azzurro Fin nella carne un vento spiegato per bandiere Sacro, nudo, che scivola, che fugge Di bei sentimenti rivenuti. La tua vaga letteratura. Tra quelle tue agili mani. Di parole, ebbra porpora, calice sullo stelo, Lugubre sbadigliare verso un trapasso oscuro... Invano! III • «S'ABOLISCE UN TENUE MERLETTO...». Come piuma di lampade ignobili la cenere, Certo mia madre e l'amante bere Scimmiottando, la mano sul dietro, la fanfara. E l'orizzonte ad ogni battito O se le donne di cui parli Fossero solo augurio dei tuoi sensi Favolosi! Che trema, sopra il dorso come un folle elefante Triste fiore che cresce solitarioNé altro brivido sa che la sua ombra Che si senta il salubre aroma, Bionda cui acconciarono orefici divini! Contro le ferree porte del sepolcro che tace: Ma secondo un battesimo Giust'appunto del bastone Allora nel fervore primigenio, Alla medesima Chimera, E nel vetro, lavato dall'eterne rugiade, Ritorna verso i fuochi del puro sol mortale! Mi separa dai miei abiti E trovare quel Nulla che tu saper non puoi. Serbar la mia ala nella mano. Della vostra bellezza! Triste s'addorme una mandola Il Cigno senza moto nell'inutile esiglio Accorro, Quando ai miei piedi languide s' allacciano (Stanche del male d'esser due) dormenti Solo tra le lor braccia fortunate. Traevan, nella calma di vaporosi fiori, Il puro sole che ripone Macchia, schivata dalla frivola ombra, Un tempo con flauto o mandola. Di viaggiare alla sola cura Io attendo ormai Stéphane Mallarmé Il pomeriggio di un fauno (egloga) Il pomeriggio di un fauno (L’après-midi d’un faune) è un poema in 110 versi alessandrini composto dal poeta francese Stéphane Mallarmé. Traduzione di Adriano Guerrini. Il pomeriggio di un fauno (in francese, L'Après-midi d'un faune) è un balletto in un atto su musica di Claude Debussy e coreografia di Vaclav Nižinskij, che ne fu anche protagonista, realizzato dalla compagnia dei Ballets Russes. Sempre da respirare se d'esso periremo. Essa annuncia: noi siamoLa triste opacità di noi spettri futuri. Estingua nell'orrore dei suoi neri confini Condotta e qual mattino dai profeti La mia anima sale, o placida sorella, Ruota tra fuochi vili testimoni nel tedioChe s'è d'un astro in festa illuminato il genio. un tale arcano a confidente Eppure no! Il solido sepolcro che tutti i danni inghiotte, Il bianco piede sulla dura lava,È quando un triste sonno tuona e il fuoco Ma mentre nel tuo seno di pietra abita un cuore. A nulla espirare annunciante S'alza con il ricordo delle trombe, Si potrebbe nascer filiale. Il terrore segreto della carne: ERODIADE (pagina 53), qui frammento, o solo la parte dialogata, comporta oltre al cantico di san Giovanni e la sua conclusione in un ultimo monologo, un Preludio e un Finale che saranno in seguito pubblicati, e si compone in poema.IL POMERIGGIO D'UN FAUNO (pagina 69) è stato pubblicato a parte, illustrato all'interno da Manet, una delle prime piaquettes costose e confezione da caramelle ma di sogno e un po' orientali con il suo "feltro di Giappone, titolo in oro, e annodato con cordoncini rosa di Cina e neri", così si esprime il manifesto; poi M. Dujardin ha fatto di questi versi introvabili altrove se non nella sua fotoincisione, un'edizione popolare esaurita.BRINDISI FUNEBRE, proviene dalla raccolta collettiva il Tombeau de Théophile Gautier, Maestro e Ombra a cui si indirizza l'Invocazione: il suo nome appare, in rima, prima della fine.PROSA per des Esseintes; egli l'avrebbe, forse, inserita, così come leggiamo nell'À-Rebours del nostro Huysmans.Signorina voi che voleste... è ricopiata in maniera indiscreta dall'album della figlia del poeta provenzale Roumanille, mio vecchio amico: lo l'avevo ammirata, bambina ed ella volle ricordarsene per richiedermi, signorina, alcuni versi. Eppure no! Annodata ai miei corni sulla fronte:Tu sai, o mia passione, che già porpora Nelle pieghe unanimi accolto! Sorreggi innanzi a me lo specchio. Levarti oggi magica storia Estasi degli sguardi, scintillio dei nimbi! Prénditi questa borsa, Mendicante! Ma la sorella sennata e teneraNon portò più lungi lo sguardo E io, come trovatore,Così un cubo di cervelli Per contemplare il vostro viso, Sì questo suono esile e vano Il cui finale brivido, sol con la voce, sveglia Sulla suola sempre la voglia Senz'altro oro continua originariamente Con l'aglio noi allontaniamo. O Satana, alla fune mi troverai impiccato. Non tenteremo, o Me che sai amare pene, Senza fiorire l'amara veglia La morte trionfare in voce sconosciuta! Se non la gaia mirra nelle fiale Odiati, tra le foglie: io vi andrei. Su di lei, esiliata nel suo cuore I miei capelli, e a sera, nel mio letto, Ebbro, vive, ed oblia la condanna del letto, S'abolisce un tenue merletto Tastanti se il suo volto somigli ai mali umani La stanza singolare Azzurro! Tardi ancora soccombono al silenzioFiero del mezzogiorno: senza più, In sogno lento sale alla luna piangente! Quella preda, per sempre ingrata, senzaPietà del mio singulto ancora ebbro». La mia mano col tedio d'una forza sepolta. solo d'assenti grevi fiori s'ingombra. Ma tu, mio cuore, ascolta cantare i marinai! Azzurro! Una voce, una lunga evocazioneDal passato, è la mia, forse all'incanto Anima, ecco, voce diventaPer più farci paura con malvagia vittoria, Elesse il giunco gemino ed immenso Tuono e rubini alla mia trave Come tolto abito bianco E per l'azzurro incenso dei pallidi orizzonti O vano clima nullo! URL consultato il 29 luglio 2009 (archiviato dall'url originale il 26 settembre 2009). Fiamma su tutto il muso come un urlo ferino, O che il recente gas torca losca la luceRaccogliente si sa ogni subìto obbrobrio Donate a questa giovane mia chioma Coppia, addio; tra pocoL'ombra io scorgerò che diveniste. Io fiorisco, deserta! Torna dunque, strumento delle fughe, Tal si tuffa lungi una frotta Pallidi gigli in me fioriti, mentre Ma accanto di fratelli hanno una schiera ignota,Beffata, martoriata dai casi più tortuosi. Le criniere feroci che terroreVi destano, poiché tu più non osiCosì vedermi, aiuta a pettinare Stagnanti nelle sere d'opale, Al cuscinetto, ciuffo di corolle Premerai tu col vizzo dito il seno che cola Tutto esaltava in me vedere Nei loro lampi crudeli, nei pallori Solo a semplificare trionfalmente la donna Introdurmi nella tua storia Il tempio seppellito divulga dalla bocca Che guarda in grandi vasche la sua malinconia Alle vetrate che un raggio chiaro indora, Un fiammante bacio allo stremo Esso, stornando Sopra sé il turbamento della gota Sogna in un luogo assolo d'incantare La bellezza dei luoghi con fallaci Mescolanze tra essa e il nostro canto Credulo e far così per quanto alto Si moduli l'amore, far svanire Dall'ordinario sogno, dorso, fianco Puro, seguito coi miei sguardi chiusi, Una sonora, vana, uguale linea. Passata angoscia delle piume, lungo Desolata dei sogni e ricercando Dama Una torbida negra dal demonio squassata Disse un giorno, tragica abbandonata, - sposa - Chiare così le loro carni lievi Che nell'aria volteggiano assopita Di folli sonni. Della voce languente, nulla, senzaAccoliti il suo oro getterà I poeti che vivono d'ira e beneficienza Tale un uccello se s'immergaEsultante lì daccanto. Alzo beffardo al cielo dell'estate E il bastone che batte duro Il letto di pagine sottili,Tale, vano e claustrale, non è il lino!Che dei sogni tra pieghe non ha piùCare magie, né il morto baldacchino Dalle piume e dal cigno inobliabile: Tanto cara da lungi e presso e bianca, tanto - Il cielo è morto. Visitate da Venere che posa D'improvviso e come per gioco, A me sembra che questo saggio Questo allegro bevitore Che scherzoso possa il ventare Foglio d'Album Rimembranza d'amici belgi Nostra Signora, osanna da questi nostri limbi! Vermiglio come l'alluce puro del serafino Ed ancora! 2 novembre 1877. Che pur senza rimpianto lascia e senza amarezza Di fogliami, sul candido mio abito Dove affondare fermi l'anima che ci assilla Dove fuggire? Li dicono tediosi e senza intelligenza. Questo quaderno, a parte l'inserimento di poche composizioni poste piuttosto come ornamento ai margini: SalutoVentaglio, della Signora Mallarmé La pallida Santa, mostrando «Aprendo i giunchi dalla mia memoriaTrionfalmente non t'è dato Il padreCiò non sa, né il terribile ghiacciaio Complice! Occhi, laghi alla sola mia ebbrezza di rinascere -. Crede ancora all'addio supremo delle mani! Inseguita in ogni frammento Che torna al cielo. Attendendo riversa e ammirandosi, ella (Après-midi d'un faune). All'agonia, all'ora delle lotte Mordendo il cedro d'oro dell'ideale amaro. Ritto sull'orizzonte, d'una spada al bagliore: Io sento uccelli ebbri Dunque erravo, alle vecchie pietre l'occhio raccolto, Secoli, entrare e camminar, fatale, Una fragranza d'oro freddo intorno Stagno della porpora! Da prove, testimonia un misterioso Un'incognita cosa, o forse, grida Osanna sopra il sistro e dentro l'incensiere, Senza svelare per qual arte insieme II Appartiene all'album di M. Daudet.LA TOMBA DI EDGAR POE. Troppa luce per discernervi Mescola con i pianti un incanto amoroso. Poi ch'io non sono il tuo cagnolino barbuto,Né il dolce, né il rossetto, né giuochi birichini, Voce straniera nella foltaSelvetta e non da eco seguìta Sempre, non importa il titolo, Sornione un vecchio dorso vi raddrizza il morente: Trascina il pelo bianco e l'ossa magre, lento, Dei vostri piedi freddi, accogli quest'orrenda Nega pure se agonizzante. Senza timor che sveli un fiato Lucifero, ferisce sempre, sempre Almeno puoi ornarti d'una piuma, e a ricordo Frigide rose per aver vita Odio un'altra elemosina, voglio che tu mi scordi. E su quell'ombra, su quell'ineffabile Certo non alla magica speranza del passaggio A sera d'oro e cenere si tinge Resta, di questa sorte, resta mai qualche cosa? Senza pure un raffreddore, Accendi ancor, dì pure fanciullesco, Bellicoso, gioielli impalliditi, Se non dalla sua dalla mia golaIl singhiozzo salì più triste. Di feroci delizie, sboccerebbeBrivido bianco la mia nudità, E la bocca, febbrile e d'azzurro assetata,(Essa così aspirava, giovane, il suo tesoro, Luminosa al medesimo e ho letto tutti i libri.Fuggire là, fuggire! Ragazzi ci torceranno in un riso ostinato Sui suoi passi dell'eden l'inquieta meraviglia S'egli il suo muro ne tappezza Di resina, enigmatico, egli offre Delicatamente respinge. A questo buon aggiustatore. Ori ignorati che la vostra antica Chiesa ed incenso che tutte queste dimore Vale l'attorta nube nera Dormiamo nell'oblio della bestemmia, o l'ombra d'una principessa Delle perfidie, il petto mio, intatto Vive idolatra innanzi ad uno specchio Fredda fanciulla, di serbare all'alba Dentro l'occhio diamanti impagati Ilare oro di cembalo che una mano irritòIl sole tocca a un tratto la pura nudità Il vostro semplice e squillante Per essa camminando tra la lavanda e il timo. Di capelli dispare tra le luci che conduce E tua sorella solitaria, o eternaSorella, a te il mio sogno salirà:Tale già, raro e limpido il mio cuoreChe lo pensò, mi credo sola in questa Pel vetro acceso d'una sera fiera di scendere, Di vincere ingannevoli paure, Si butta, al mendicante di vetrina, un festino. Nell'oro dei capelli un bagno languoroso Testo in lingua originale francese con traduzione italiana a fronte. Il giacinto ed il mirto, adorato bagliore, Per trarne goccia a goccia il tuo rintocco a morto. Fiero, voglio parlare lungamente lo splendore Trova nella lor dotta carenza ugual sapore: Sola vigile scorta La nera corrucciata roccia se la tempestaLa ruoti, non starà neppur sotto pie mani Io pallido, disfatto, fuggo col mio sudario, Espirare, come un diamante, Ho bucato nel muro di tela una finestra. Quel trucco dentro l'acqua perfida dei ghiacciai. Scoglio di basalto e di lava Tua fervida gioia nuda. Quanto a te, Tu facesti il candore dei gigli singhiozzanti Mira gli allarmi, coi suoi ori nudiFrustando il cielo crèmisi, un'Aurora Voi o ghiacciai. Dirama il dubbio, cumulo d'antica L'altra, il seno bruciato d'un'amazzone antica. VERSIONE CARTACEA GARZANTI Nello stanco ed immobile deliquio Fresco il mattino soffoca ai calori Se lotta, nessun murmure d'un'acqua Che il mio flauto non versi alla boscaglia Irrorata d'accordi; e il solo vento Fuor delle canne pronto ad esalarsi Prima che sperda il suono in una pioggia Arida è, all'orizzonte, senza ruga, Senza moto, il visibile, sereno, Artificiale soffio: ispirazione Che torna al cielo. Forse un paese dove a sera il cielo Le rapisco allacciate e volo a questa Macchia, schivata dalla frivola ombra, Folta di rose che nel sole estenuano Ogni profumo, dove sia il sollazzo Nostro simile al giorno consumato". Velato s'alza: (o quale lontananza Solitudine, scoglio, stellaA non importa ciò che valse Vanno ridicolmente a impiccarsi ai lampioni. Se la cenere si separa Tu piangi, o prigioniero solitario alla sogliaPerché questo sepolcro gemino, nostro orgoglio,Ahimè! E le voci mi giungono solo vuote e interrotte! Sottovoce m'insegni tutta un'altra dolcezza Patria di tedio e tutto intorno a me Bianco volo chiuso che posa I grandi buchi azzurri degli uccelli crudeli. Che nell'aria volteggiano assopita D'alto riso la sua vittoria, Dì se il contento in me è poco Segno! Su morte lontananze? L'acqua specchia soltanto l'abbandono Che inesauribile vedovanza Ma tanto peggio! Folta di rose che nel sole estenuano Un cigno d'altri giorni se stesso a ricordare Udire rivelarsi un poco e quando mostrò essa quella reliquiaAl padre che nemico un sorriso tentò,L'azzurra solitudine inutile tremò. Mia ossessione. Via degli Artigiani, 29 20832 Desio (MB) Lun - Ven 8.30 - 12.30 | 14.00 - 18.00 Ai vecchi abeti le sue trombe argentee!Tornerà un giorno dai paesi alpestri!In tempo? Prima che rida un sepolcreto Talora incoerente, lamentabile Il muro dei luoghi assoluti Di chi lo afferra, cola per l'eterno Fossero solo augurio dei tuoi sensi Caro Tedio, per chiudere con una mano accorta Riso di bimba che l'aria incanta. Per la terra ancor giovane, vergine di disastri. "La mia colpa fu questa: avere, gaio Di vincere ingannevoli paure, Separato quel nodo scapigliato Di baci che gli dei gelosamente Avevano intrecciato: poiché appena Io stavo per nascondere un ardente Riso nelle sinuosità felici D'una sola (tenendo con un dito La più piccola, ingenua, non ancora Rossa, affinché il candore suo di piuma Si tingesse all'affanno dell'amica Che s' accende), ecco via dalle mie braccia Disfatte da trapassi vaghi sfugge Quella preda, per sempre ingrata, senza Pietà del mio singulto ancora ebbro". Tanta minuzia testimonia, inutilmente forse, una certa deferenza verso i futuri scoliasti. Oltre un Oriente splendido e oscuro I tuoi segreti. Della gonna Whistler sfiorare. Corron sotto la sferza d'iroso dittatore: Le torce ove la cera dal leggero Scostano della veste l'indolenza E nei caffè sontuosi attendere il mattino? Trascinava un'Aurora ali tra il pianto! supplizio! Fu eseguito per la prima volta a Parigi il 29 maggio 1912; la scenografia originale e i costumi erano di Léon Bakst. E l'avaro silenzio e la pesante notte. Sogna in un luogo assolo d'incantare I chiari vini. Da sempre il tuo sorriso risplendente colora D'esistere tra cieli ed ignorate spume.O notti! Attendo nell'abisso che il tedio s'alzi... Oh riso Si tingesse all'affanno dell'amica Un'altra volta nella vita. Il vecchio libro che si spiega Si espande tra la nebbia, antico ed attraversa Étienne Mallarmé detto Stéphane Mallarmé (Parigi 1842 – Valvins 1898) scrive a ventitrè anni, nel 1865, la prima versione del suo poema sul fauno, il Monologue d’un faune. Rifugio esso perviene talora a nausearmi,E la Stupidità, col suo vomito impuro, Festa di celebrare l'assenza del poeta,Che questo bel sepolcro in sé lo chiude intero. Ha il nevoso passato per colore D'infrangere il cristallo cui insulta l'Averno, Nell'Aprés-midi d'un faune (1873-76) Mallarmé (1842-92), con intuizione davvero fulminante, trasferisce la nuova visione della realtà, ottenuta con la tecnica della dilatazione dei confini formali in vibrazioni di luce e d'ombre luminose, sotto forma d'approfondimento psicologico e di maturazione di coscienza nella personalità primigenia delle ninfe e del fauno. Manca di mezzi se esso imita. Ecco perché i fiori profondi della terra Che per un silenzio maggiore, I canti mai lanciano pieno Ora straziato egli interoResterà su qualche sentiero! A contrarre un pugno oscuro Ch'io li odio, nutrice, e vuoi ch'io senta S'esalta in quello, appena sussurro, di sorella. Donna cresciuta in secoli maligniPer la malvagità dei sibillini